Monday, November 06, 2006

“FACTORY GIRL” di George Hickenlooper Il film sulla vita e la morte di Edie Sedgwick, la musa dimenticata di Andy Warhol.



“In un futuro prossimo venturo tutti avranno il loro quarto d’ora di celebrità”, così professava, con il genio di una mente enfatica e straordinariamente voluttuosa, il padre della pop-art, Andy Warhol. Celebrità desiderata, oscurata, ambita, incarnata ma pur sempre odiata in uno spazio speciale che l’artista era solito chiamare “Factory”, il tempio dell’invenzione e del tormento. Lo studio di Warhol, aperto nel 1963 sulla quarantasettesima strada a New York, fu l’officina creativa da cui ebbe origine la pop art, l’arte fasulla delle celebrities, della cultura edonistica e narcisistica dell’america anni sessanta. A ricordare il passaggio dalla degenerazione dell’estetica Pop al Trash, arriva sugli schermi la nuova pellicola di George Hickenlooper, ispirata alla vita della giovane ereditiera Edie Sedgwick, icona delle avanguardie newyorchesi. Bella, viziata, priva di talento, inutile e drogata, Edie viene descritta come l’alter ego femminile di Andy Warhol.
Il film intitolato “Factory Girl”, che si concentra sulle relazioni erotico-sentimentali di Edie con Andy, analizza in profondità la figura contorta della debuttante che negli anni sessanta ispirò canzoni e abiti, il suo passaggio artistico, la sua ascesa e la sua rapida decadenza, fino all’anno della morte per overdose, a soli 28 anni. Un film complesso, che si propone di fotografare, attraverso l’obbiettivo della Sedgwick, magnificamente interpretata dall’attrice Sienna Miller, il dipinto astratto di una cultura che si annunciava essere liberatoria, ma che in realtà celava in sé il disagio psicologico della generazione figlia del bluff e dell’intrattenimento televisivo. C’è chi assicura che la vita stessa di Edie fu un’opera d’arte, che la sua fu un’esistenza “intensa”, ma alla domanda del perché quest’opera sia rimasta soffocata nel proprio vomito nessuno sa dare risposta. Quanto e come la creazione coinvolge tutto questo? Di che natura è la grandezza umana e perché la follia della celebrità è il mezzo più adatto per avvicinarsi alla pop-art? L’arte, concetto astratto e filosofico, si avvale del sostegno delle diversità che compongono l’essere umano e, nella sua specificità, non è soggetta a giudizi sociali intrinseci. Il linguaggio artistico non è obbligatoriamente positività e verità su un determinato argomento, ma può manifestarsi anche come negatività e falsità su un nuovo modo di percepire e sentire il mondo circostante. Grazie ad essa la nullità assume valore; al suo interno è possibile intravedervi fenomeni che vanno al di là della comprensione e del senso comune, che possono essere considerati come attimi, seppur brevi e morbosi, di vita vissuta, voluta, cercata, perchè frutti di forze opposte ma fondamentali, alterate ma mai integrate. Quello di Hickenlooper, già autore dell’apprezzato “L’ultimo gigolò”, è dunque un film sulla consumata vita di una delle tante “Andy’s girl” che affollavano lo studio newyorkese negli anni sessanta, ma più di tutto, è un film sulla “nullità” dell’ereditiera dimenticata, la diva Edie Sedgwick, così adorata dalla matita di Warhol e così straordinariamente venduta a quell’unico quarto d’ora che, per buona o cattiva sorte, ne celebrò la sua inutile morte.

Emanuela Graziani