Friday, October 27, 2006

ROCKAZ




Dalla sua invenzione, il cinema continua a ispirare gli appassionati del genere, contaminandosi con codici e linguaggi diversi. Corpo liquido che, per sua stessa natura, si presta a continue metamorfosi. Naturale l’incontro con la pittura che nell’immagine in movimento vede compiersi il suo fine ultimo, vincendo la sfida con la realtà. Ma il cinema è attraversato anche dall’onda di ritorno delle arti visive che, nel Novecento, sconfinano dai loro ambiti e cercano il dialogo con altre forme espressive. Più la produzione filmica si moltiplica e inizia a essere storicizzata, più si sedimenta in patrimonio archeologico a cui attingere, virato in chiave estetica. La Pop americana, in un paese che vede attecchire precocemente il mito del cinema, e la relativa industria, si appropria del suo immaginario amplificandone il significato. Al flusso temporale del prodotto filmico sostituisce, infatti, l’immanenza dell’opera d’arte, totemica e monumentale. Paradossalmente, l’icona di Marilyn Monroe serigrafata da Andy Warhol s’imprime sull’immaginario collettivo molto più del suo alter-ego di celluloide. E proprio grazie alla sua permanenza. Prelevata dal suo contesto, sia esso un frame o la pagina di una rivista, diventa qualcos’altro e assume la sacralità dell’oggetto di culto. L’intuizione dell’arte contemporanea è che il puro dettaglio, sublimato a essenza di valori supremi, ha un impatto molto più bruciante della sequenza narrativa. Shockante ma vero: nel Duemila, l’immagine “da santino” ha ancora la meglio su quella animata. Un fenomeno che la pubblicità ha colto immediatamente, facendone la chiave del suo maggior successo. Lo slittamento dalla “fabula” verso la trasfigurazione consente, infatti, di elevarsi al piano del simbolico. E’ il logo, che raccoglie una pluralità di valori condensati in un unico emblema. Eloquente come un’insegna al neon che, lampeggiando, innesca la catena associativa e spinge ad agire d’impulso, senza riflettere. Negli ultimi anni, dominati dallo strapotere dell’advertising, la tendenza ad appiattire la storia sul presente assoluto del brand ha visto svilupparsi, specie nell’underground, le ricerche in questo ambito. I cosiddetti street artist, molti con un background di writer alle spalle, hanno rispolverato le immagini più vivide nelle loro memorie adolescenziali, per declinarle in chiave artistica. Come? Con mezzi rapidi e self-made – sticker, poster, stencil – capaci di penetrare capillarmente nel tessuto urbano. A Roma, dove il cinema è di casa negli studi di Cinecittà, molti giovani hanno usato la sua iconografia per distillarne l’appeal e diffonderlo come un’essenza inebriante. Tra loro, Rockaz, classe 1976, cresciuto a Spinaceto: un quartiere periferico, dove il cinema può essere un valido input per sconfiggere la noia e la scarsa offerta culturale di una zona ai margini. L’innamoramento è tale che Rockaz decide d’iscriversi all'Istituto Cinematografico Roberto Rossellini, dove studia disegno e animazione con Ramponi e linguaggio cinematografico con Giusti, collega e amico di Fellini. Un interesse che, in seguito, lo porta a sviluppare una ricerca personale sull'iconografia cinematografica. “La scelta dei soggetti è stata puramente ispirata dalle mie preferenze: Marlon Brando nelle vesti del Padrino, Takeshi Kitano, Al Pacino in Scarface, Harvey Keitel o Jennifer Connelly”, racconta. Non solo volti stranoti, ma anche gente qualunque, come i suoi amici, dotati di un’espressività che “buca”, riuscendo a trasmettere qualcosa di più del semplice personaggio. Meccanismo inverso di apoteosi dell’ordinario versus l’olimpo hollywoodyano. Tributo all’autenticità di un mondo, quello della strada, che rappresenta, ormai, un’isola felice nell’appiattimento della globalizzazione, regno della fiction a tutti i costi. Nel caso di Rockaz, invece, i protagonisti sono i suoi compagni d’avventure, nel limbo del precariato e di una classe creativa totalmente ignorata dal sistema. Motivo che lo ha spinto a riabilitarla eleggendola a icona, non solo del suo vissuto, ma di un’intera generazione e a veicolarla su supporti agili e di facile distribuzione, come t-shirt, adesivi, stencil, manifesti. “Ho serigrafato su magliette le icone per serializzare i miei disegni e renderli collettivi, per tutti quelli che amano il cinema e ne sono stati inevitabilmente influenzati. Con Rockaz ho sempre parlato di questioni e passioni comuni. La collaborazione e la collettivizzazione delle idee e dei progetti è sempre stata al centro della mia ricerca”, afferma. Un’esperienza che, da un prodotto di massa come il cinema, lo ha portato a rielaborarlo in una forma inedita d’imprenditorialità, co-partecipata da quel giovane laboratorio d’idee, snobbato dal mainstream e in balia dell’incertezza. Come? Lanciando l’idea di un “social network” che, anche grazie alle nuove tecnologie, permetta agli artisti emergenti di collaborare e promuoversi a vicenda.

Maria Egizia Fiaschetti