Monday, July 24, 2006

SILVANO AGOSTI



INTERVISTA A SILVANO AGOSTI di Vincenzo Patanè Garsia

C'era una volta il FIlm Club. E c'è ancora...

Come e quando nasce il Cineclub Azzurro Scipioni?

È nato anagraficamente 23 anni fa, in realtà però è stato concepito 27 anni fa in quanto 27 anni fa, per l’appunto, io ho sognato Charlie Chaplin che era qui davanti a questo cinemino… allora c’era una tettoia, pioveva e lui era molto triste ed anche molto vecchio, aveva il bavero alzato e io gli dicevo ma perché sei così triste? E lui mi disse: “Don’t you see that the cinema is shut? Non vedi che il cinema è chiuso?” Ma l’ha detto come se mi avesse detto: “Sbarbatello, ma non vedi che il cinema è chiuso” ( risate ) … sbarbatello…perchè effettivamente ero uno sbarbatello del resto lo sono ancora. Ho guardato dentro nella sala e ho visto un antro tutto buio.. poi gli ho detto: “Guarda non ti preoccupare lo riapriremo”.. e lui sembrava contento. Passati quattro anni io ho prodotto un film di un mio carissimo amico che si chiama Franco Piavoli “Il pianeta azzurro”.. ovviamente in Italia impossibile uscire nelle sale, io ho provato qualsiasi cosa ma era impossibile, così ho pensato vado lì e apro una sala che sarà anche la sala che proietterà tutti i film che è impossibile proiettare..e lì io dicevo così tanto per dire ma dopo due o tre mesi mi son girato e c’era una fila, nello specifico Orson Welles, Fritz Lang, Bunuel, Fellini, Visconti, Antonioni, Tarkovskij, David Linch e tutti che dicevano: “dai proiettaci il film nostro che a noi non ci proietta più nessuno tranne quel Ghezzi che ogni tanto ci proietta nello schermino”.. e io pian piano ho dato loro retta e adesso proietto tutti i loro film.

Questo nome Azzurro Scipioni a cosa si riferisce (a parte il fatto che è situato in via degli Scipioni) ?

Il film che avevo prodotto all’epoca si chiamava Il Pianeta Azzurro… in realtà il mio amico lo aveva intitolato Le stagioni e a me non sembrava un grande titolo mentre mi sembrava un grande film; allora io gli ho ceduto il titolo di una mia sceneggiatura che era appunto Il pianeta azzurro.. però adesso io ho fatto Le stagioni di Vivaldi e lui mi ha permesso di utilizzare le immagini del suo film Le stagioni e quindi abbiamo fatto un baratto.

Ma che differenza c’è tra i film club e i classici cinema secondo te?

I cinema in generale io li chiamo: “sale di tolleranza”; cioè sono sale dove lo spettatore, disperato perché vive con una donna che non ama o perché fa un lavoro che detesta, si rifugia a fare una marchettina di un paio d’ore disposto a vedere qualsiasi cosa. Questa è la sala di tolleranza, tanto è vero che persino chi le gestisce dice: “noi facciamo cinema di evasione” tanto è vero che chi sono quelli che evadono? Sono i prigionieri. E invece il nostro cinema che è un cinema d’autore è un po’ come un pronto soccorso, capisci? È giusto che venga anche la persona disperata ma non per distrarsi dalla disperazione ma per guarire dalla disperazione; sono due cose diverse. Naturalmente siccome il potere, cioè la stampa e i media sono per le sale di tolleranza ( la pornografia è un industria che produce più di 142000 miliardi l’anno ), nessun giornale si occupa di noi e questo è il più grande orrore che possiamo ricevere in questo secolo.

Come nasce la scelta dei titoli?

La scelta dei titoli non nasce, ma è ragionata molto prima nel senso che un capolavoro ha la caratteristica della perennità, cioè è stato fatto ogni volta il giorno in cui viene proiettato

Ogni essere umano è un capolavoro e ogni volta che si mostra agli altri, ogni volta che si esprime, deve far vibrare le corde dell’anima, cosa che avviene regolarmente, per esempio, di fronte all’innocenza di un bambino di quattro anni.

Ma qual è la tua idea di cinema?

La mia idea di cinema è molto semplice. Il cinema è l’arte dell’invisibile ( il vero cinema) e come tale insegna alle persone a vedere; le persone guardano ma non vedono, il vero cinema riporta lo sguardo delle persone alla possibilità di vedere, non solo di guardare.

( fine prima parte )

Saturday, July 22, 2006

Intervista a ALBERTO CASTELVECCHI


Per quanto riguarda i libri che hanno attinenza con il grande schermo, quali sono state le vostre scelte nel recente passato e verso che cosa pensate di orientarvi per l’immediato futuro?

Noi della Castelvecchi abbiamo sempre avuto una grande attenzione per le immagini in movimento che riguardassero le culture underground, vedi Video vibe sul modo in cui viene usato il videoclip nell’arte inglese, o Clip di Bruno Di Marino. Venendo più specificamente al cinema ci interessano quegli aspetti e quei fenomeni del cinema che sono importanti per capire la dignità di un punto di vista alternativo rispetto alla cultura ufficiale e il cinema molto spesso, anche quando parliamo di grandi produzioni o di grandi budget, riesce comunque a manifestare la devianza da un punto di vista alternativo. Io considero Apocalipse Now un grande film di una grande mente malata o comunque il film che ritrae alcune menti malate ( dal colonnello che ama fare surf nel bel mezzo della guerra alla figura stessa del colonnello delle forze speciali Corso che per scelta si ritira nel cuore della giungla). Quindi grande budget, grande produzione però dignità alla devianza e alla follia che crea sempre percorsi alternativi. Venendo ai nostri libri ( con questa consuetudine che ha la Castelvecchi di arrivare per prima sui fenomeni ) tre anni fa abbiamo pubblicato Breve storia della vendetta perché il nostro autore Antonio Fichera ci ha fatto notare che buona parte della storia dell’estetica occidentale si spiega come l’estetizzazione della vendetta. In poche parole siccome nell’antichità il diritto era basato sulla vendetta, nel momento in cui la vendetta non è stata più legittima e il risarcimento non era più una coltellata alla gola ma un risarcimento in denaro o il carcere o la punizione fisica, la vendetta è stata estetizzata; dall’Iliade a Shakspeare, da Dante fino ai narratori moderni, buona parte di quello che muove le passioni umane, che si chiami Othello o che si chiami Uma Thurman di Kill Bill, c’è sempre questa necessità di ristabilire la giustizia, che è una giustizia primaria, originaria e non è una giustizia basata sul risarcimento delle leggi; se tu intervistassi il personaggio di un film di vendetta tipo The Punisher lì hai a che fare con una vendetta che non ha mai fine; ci sono delle cose così terribili da generare un personaggio che è vendetta quasi per automatico, il vendicatore di mestiere. I vendicatori – tra l’altro – erano dei personaggi, dei super eroi degli anni sessanta. Quindi la vendetta è al centro di questo libro e secondo me non è un caso che siano usciti tanti film che hanno la vendetta al proprio centro; ma questo vale anche per qualsiasi film di azione, anche quelli più trash di Vin Diesel o di Van Damme sono in qualche modo dei personaggi che sono dei portatori di vendetta e di risarcimento. Però se facciamo un passo ancora un pò più in profondità, la vendetta è importante perché ti consente di guardare il lato oscuro cioè la parte di enorme “rosicamento” brutale che cova sotto la superficie della civiltà apparentemente ordinata in cui viviamo. Che so io, penso agli iracheni che in un primo momento manifestano gratitudine perché gli hanno abbattuto il regime di Saddam e un attimo dopo cominciano a scannarsi con gli invasori e tra di loro. Penso agli invasori che dovrebbero essere portatori di libertà e un attimo dopo danno uno spettacolo al mondo peggiore di quello dei criminali nazisti torturando i prigionieri politici come nel peggiore campo di concentramento della gestapo, voglio dire.. sembra che questa cosa della vendetta fisica, del versare il sangue del nemico o del diverso che è stata cacciata fuori dai tribunali e cacciata fuori dal diritto sia ancora il ventre oscuro della civiltà.Un altro modo in cui noi ci siamo occupati di cinema è stato occupandoci di grandi icone, una icona importante, secondo me troppo sottovalutata perché ha in realtà una enorme importanza soprattutto per il pubblico giovanile di oggi, è Bruce Lee. Quando io sono cresciuto negli anni settanta Bruce Lee era più importante del presidente degli Stati Uniti. Bruce Lee è anche importante perché è una figura di riscatto cinese, perché rappresenta la subcultura che osa prendere la parola e sfidare la cultura ufficiale e batterla sul suo stesso terreno che è la comunicazione di massa, che non vuole rimanere laterale, non vuole rimanere scazzottata nei vicoli di Honk Kong e non vuole rimanere confinata a un film di genere come era quello decisamente un po’ grottesco di questi film di kung fu cinesi.. Bruce Lee porta il corpo vero dentro il cinema di kung fu.. mentre se tu vedi il cinema di kung fu tradizionale si tratta di personaggi che fanno salti di undici metri assolutamente inverosimili e mitologici, al contrario Bruce sopporta un allenamento durissimo e quindi anche questo martirio del suo corpo che poi lo porta a morire di eccessivo allenamento ( o comunque di un qualcosa che non si è mai capito ); un vero e proprio personaggio rivoluzionario. Ma Bruce Lee è fondamentale anche per capire la storia dei videogames di kung fu, tutti i videogames di kung fu si basano sugli urletti e i saltelli di Bruce Lee; Bruce Lee è fondamentale per capire l’innesto della cultura cinese sulla cultura nera americana, tutta la venerazione che ha una parte della cultura hip hop americana penso a un film come Ghost dog per intenderci e tutto quello che c’è nel Wu tang clan è una storia che è cominciata da molto lontano con Bruce. Prima nei film si faceva a cazzotti, adesso non c’è nessun film occidentale o orientale in cui non si usi il Win Chun ossia lo stile di Bruce Lee. Per questo, secondo noi, è stato molto interessante documentarne il mito. Accanto a questo c’è da parte nostra l’interesse verso quelle figure di culto del cinema che da noi è stato sdoganato per intenderci dal lavoro di Enrico Grezzi e Marco Giusti in notturna sui Rai Tre ma che tuttora nonostante questo rimangono registi di culto e mi riferisco a Russ Meyer, per esempio. Russ Meyer – scomparso l’anno scorso - ha una rinomanza ormai mondiale ma nonostante ciò è un regista veramente alternativo per quanto riguarda il punto di vista che ha sul mondo. E’ uno di quei registi che non potrà mai essere banalizzato ed è per questo che gli abbiamo dedicato un libretto molto bello che vede in copertina le tre sadiche tettone di Faster Pussycat kill kill che scendono dalla Porche 356 con quell’aria molto combattiva. Russ Meyer per noi è interessante perché aveva scoperto che all’interno della rivoluzione hippy, all’interno del permissivismo sessuale che prese tutta la società americana, all’interno di questo lato solare e se vogliamo divertito della cultura californiana tra Los Angeles e San Francisco in quel periodo esisteva anche una parte più marcia, più laterale, con i bar e le ballerine in top less che lui ha documentato e tutto quello che si leggeva anche nei romanzi e nei racconti di Bukosky, una America libertaria che però non è libertaria nel senso “caruccio” del vogliamoci bene, degli hippy ma che anzi fa riferimento agli sporcaccioni che vanno nei bar in cui ci sono ballerine con le tette di fuori; quello è stato anche un modo per parlare dell’America non conforme. A noi interessa infatti parlare in questi casi dell’America non conforme così come ci interessa parlare anche di un Giappone non conforme e tra poco pubblicheremo un libretto su Takeshi Kitano. Kitano è un personaggio molto interessante perché è molto intelligente, perché è una icona televisiva e perché probabilmente è uno dei casi di fraintendimento culturale più enormi che ci sono nel suo Paese. In Giappone lui viene visto come qualcosa tra Mike Bongiorno e Chiambretti, lui continua a fare i quiz in televisione però è anche uno che fa dei film di assoluta profondità.. Sonatine, Brother, Zatoichi per citarne qualcuno.Una delle cose interessanti del suo cinema è che dietro il suo sguardo un po’ beffardo c’è una analisi critica dei poteri giapponesi molto forte, quindi, come si diceva nella critica cinematografica degli anni settanta, il messaggio c’è però è criptato dentro un qualcosa di più serio. E da ultimo ci stiamo occupando di una realtà trasversale che interessa il cinema, l’immagine in movimento ma anche il fumetto e il fantasy. Abbiamo pubblicato recentemente questo libro Super eroi e Super poteri che è un libro che analizza la civiltà americana dagli anni cinquanta a oggi proprio alla luce dei super eroi. E’ chiaro che lo spunto ce lo ha dato il recente ritorno dei super eroi della Marvel ( penso ai due film su Spider man, Hulk di cui per altro viene data una lettura lynchana molto interessante di super eroe infelice e penso anche ai Fantastici 4 e il recente Super man ). Il cinema grazie alla potenza della trasformazione di immagine del digitale ha scoperto quanto la realtà plastica dei super eroi sia interessante ed è molto improbabile che avrebbe potuto esserci questa rinascita cinematografica dei super eroi tradizionali della Marvel se il cinema non avesse gli effetti digitali. Assistiamo a una vera e propria convergenza dell’immaginario dei fumetti, videoclip digitale, animazione e film tradizionale verso un prodotto che è qualcosa di nuovo e questo è molto importante perché in qualche modo la subcultura dei super eroi ha sempre modificato in profondità i generi che ha raffigurato ed è una subcultura pervasiva; penso ad esempio che ultimamente stanno lanciando in India una versione indiana dell’Uomo Ragno perché hanno valutato che la possibilità di ricezione di un personaggio lunare e melanconico ed empatico come l’Uomo Ragno presso il pubblico indiano può essere molto forte. Stanno creando il fumetto ed è chiaro che poi, data la sconfinata industria cinematografica di Hollywood, creeranno i film sull’Uomo Ragno Indiano. Questi personaggi, questi super eroi hanno da sempre una naturale capacità di trasformarsi in relazione all’attualità dei tempi. Questo è quello che ci interessa dei super eroi. Apparentemente la Castelvecchi è la casa editrice che fa cose modaiole o degli ultimi cinque minuti o per lo meno questo è quello che dicono i suoi critici, in realtà se tu vedi i libri di cui ti ho parlato: la vendetta è un tema millenario che sia Kill Bill o che sia Shakspeare a noi interessano i temi di lunga durata, Bruce Lee è un personaggio la cui fama si estende per mezzo secolo e continuerà ad essere influente per altro mezzo secolo, i super eroi sono delle icone di continua trasformazione che cominciano a manifestarsi agli inizi degli anni cinquanta e continuano tutt’oggi a essere produttivi di trasformazione e così probabilmente Takeshi Kitano, che sta da trent’anni sulla breccia, rimarrà comunque molto influente anche quando sarà scomparso. Quindi c’è un po’ questa attenzione nei confronti di fenomeni di lunga durata nel loro continuo trasformarsi. E da ultimo stiamo producendo un libro anche questo tutto a colori e molto ben congeniato sulle realtà virtuali perché è evidente che da quando è arrivata la Pixel di Steve Jobs le realtà virtuali hanno acquisito diritto di cittadinanza piena all’interno del cinema occidentale e a vedere la naturalità con cui i bambini si accostano a dei pezzi di bravura come Nemo immagino che quella sia una strada importante, cioè che il cinema di animazione che trae la propria linfa da quello a cui i bambini giocano in rete o su consolle nelle realtà virtuali sia uno dei grandi filoni. In questo caso stiamo assistendo a un caso di convergenza tra generi perché il mantra che c’è attualmente è il mantra del pensiero liquido cioè tu non puoi più dire: “questo è cinema, questo è video gioco, questo è realtà virtuale” ma devi pensare alla infinita e – per certi casi – anche inquietante trasformazione che ha oggi la creatività. Purtroppo però questo certe volte viene sfruttato per fare del banale e brutto merchandising cioè prendi un pupazzetto e ci fai un film, un videogame, un libro, una novella ecc e questo non è bello.

( fine prima parte )

30 Film dedicati alla VENDETTA

- Nascita di una nazione (1914)
- Don Giovanni e Lucrezia Borgia (1926)
- Freaks (1932)
- Vendetta ( anni trenta )
- Alba fatale (1949)
- Fury (1936)
- Ragtime (1981)
- La seduzione del male (1996)
- Cape Fear (1991)
- The year of the dragon (1985)
- Condannato a morte per mancanza di indizi (1983)
- Legge criminale (1989)
- Tre giorni per la verità (1996)
- Il momento di uccidere (1996)
- Un verdetto difficile 81997)
- La mano sulla culla (1992)
- Sleepers (1996)
- L’angelo della vendetta (1980)
- Coraggio fatti ammazzare (1983)
- Santa sangre (1989)
- The Crow (1994)
- Bravehearth (1995)
- Conan il Barbaro (1982)
- The birds (1963)
- I duellanti (1977)
- Buffalo 66 (1998)
- Il Gladiatore (1999)
- The Patriot (2000)
- Gangs of New York (2002)
- Kill bill (2003)


Intervista a ROMANO SCAVOLINI





IN ANTEPRIMA PER TAXIDRIVERS
ROMANO SCAVOLINI ( il regista culto dell'underground italiano ) SI CONFIDA SULLA SUA ULTIMA FATICA : L'APOCALISSE DELLE SCIMMIE


Apocalisse delle scimmie non è un film. Non è un film in senso tradizionale non perché non sia cinema, ha tutte le categorie fisiche mondane dell’evento cinematografico ma non è stato pensato come un film ma come una grande opera audiovisiva, più come un romanzo - se vogliamo - che come un film; proprio perché ha una struttura narrativa che è divisa in undici livelli completamente diversi che io chiamo “gli undici livelli paralleli” in cui ognuno di noi è immerso… non è soltanto una condizione di carattere matematico ma che sta diventando sempre di più una condizione dello stato di coscienza dell’individuo.. per cui è un film in cui il protagonista è esattamente questa oscillazione della coscienza attraverso una quantità incredibile di fatti veri, molti violenti che però vengono isolati, non fanno parte di un racconto lineare che va da A a B a C ma percorre piuttosto una sorta di matematica alla Fibonacci.

Quindi anche a livello di linguaggio

Assolutamente. Il mio tentativo è quello di rivoluzionare completamente il modo di sperimentare il cinema come spettatore. Il lavoro è diviso in tre volumi soltanto perché la mole di materiale e tutta questa infinita varietà di incastri è tale per cui io non voglio in nessun modo ricorrere a quella sorta di visione cinematografica che ti distrugge, che distrugge lo spettatore per ore, ore e ore. Però la cosa incredibile è che tu potrai vedere il primo volume e poi il secondo e il terzo e poi il prima ma partire da qualsiasi momento tu vuoi del film non hai bisogno di partire dai titoli di testa.

Il montaggio è fondamentale

Non soltanto il montaggio è fondamentale ma anche il tempo per realizzarlo… io sto cercando e ci sono riuscito in un certo senso a liberarmi completamente da tutte queste pastoie da questi paletti che sono tipici del cinema industriale proprio per ritrovarmi in una sorta di isola in cui fondamentale faccio film esattamente come scrivere un romanzo soltanto nei miei momenti estatici più profondi, cioè soltanto quando io raggiungo un certo stato io prendo organizzo la troupe e giro. Però sarebbe sbagliato credere che alla fine sia un film di avanguardia o underground non lo è. E’ un film tremendamente serio con dialoghi con situazioni con cose di una qualità estrema ed è anche bello visivamente perché poi anche esteticamente è molto curato, la fotografia è molto bella ad es. E poi c’è un lavoro sul suono che stiamo facendo che è quasi snervante; noi stiamo lavorando sulla sonorizzazione della presa diretta dei dialoghi quindi puoi immaginare che lavoro..

Il soggetto è la prima cosa che salta

Certamente. Userò anche molta computer grafica, hentai, cartoon, manga ecc Ho girato una serie di sequenza con degli swat veri cioè con dei gruppi di assalto dei corpi speciali che mischierò con degli swat della Playstation 2; c’è costantemente un rimando a una sorta di schizofrenia sulla realtà che noi sperimentiamo quotidianamente, perciò quello che è incredibile è che il gioco che giocava il ragazzino sulla Playstation avviene di fuori sul serio sulla strada però quando sulla strada si compie l’omicidio in realtà il vero omicidio lo compie il bambino mandando avanti e premendo il joy pad per fare in modo che il killer uccida.

Quindi è un po’ un film futuristico come è stato “A mosca cieca” negli anni sessanta

In assoluto si. Questa è una delle cose. Anche quando il ragazzo prende la playstation è lui che si vede dentro il televisore nel gioco, ecco come l’intreccio degli universi paralleli che sono non contigui a noi come fatto spaziale ma come oscillazione del tempo dentro la coscienza.

Friday, July 21, 2006

MARIA MONTI: INTERVISTA A UNA SOGNATRICE



Cosa fai in questo periodo?

Faccio la cantante, quando qualcuno mi fa uscire dal mio luogo abituale dove vivo che è dietro la lavagna. Dietro la lavagna non è che si sta solo perché si è puniti dal sistema, oddio forse sì, ci si sta anche per quello, però almeno dietro la lavagna si può sognare.. Forse è proprio perché sei un sognatore che ti ci mettono, perché scegli il sogno all’imparare a sgomitare, che dovrebbe essere un’arte che insegnano a scuola, ma a me non lo ha insegnato nessuno e non avendolo nell’indole rimango dietro la mia lavagna a fare i miei sogni, i miei giochetti, i miei disegni, almeno non vendo l’anima mia.

Ma come ti senti dietro questa lavagna

A volte mi sento benissimo quasi come se fossi una bohemiene, d'altronde è tutta la vita che vivo in questi balzelli, una sola volta mi sono sentita un po’ ricca quando – per caso - ho fatto una fiction televisiva, ma non mi sono mai comprata una casa, tuttora, sono in affitto perché tanto penso che prima o poi me ne andrò da questo paese pieno di buche dove si rompono i cerchioni delle ruote.

Quali sono i tuoi sogni o i tuoi progetti dal punto di vista lavorativo?

Più che progetti in effetti si tratta di sogni. Mi piacerebbe lavorare con il cinema di animazione e parlare di chi si sente metà come me e sta anche dietro la lavagna ( risate ). Mi piace miscelare le cose, la vita in fondo è questo: mettere insieme cose diverse e portarle a spasso ( se ci si riesce, se no in genere sta dietro la lavagna).

Cosa pensi dell’Italia ti piace come posto?

E’ un paese da cui scappare, soprattutto in questo momento. Uno dei miei sogni è di non morire in questo paese. E’ un paese bello ma che ti mette una gran voglia di scappare. Un paese in cui abbiamo le bollette più care del mondo, le multe che vengono date così come se niente fosse, come se ci fossero delle alternative, dei parcheggi ( risate ).

E’vero che sei stata l’ inventrice del nominativo “cantautori”?

Nel 60 o 61, non ricordo bene, Micocci ( discografico della RCA ) aveva sotto mano quattro o cinque persone tra cui me e doveva inventarsi un nome per dare un titolo a una locandina di un disco in cui apparivamo tutti insieme e chiese a noi presenti un consiglio sul nome da dare alla locandina e siccome si trattava di cantanti e autori nello stesso tempo mi venne questo nome “cantautori” che a Micocci piacque e poi utilizzò.

Ogni tanto qualcuno mi telefona e mi chiede: “ Ma allora, è stata lei a inventare questo nome o è stato Micocci” e io rispondo che Micocci è quello che l’ha pubblicato però è uscita dalla mia bocca, e me lo ricordo perché questa parola appena la pronunciai mi diede una specie di disgusto, mi sembrava una parola brutta “cantautore”; adesso la diciamo tutti e l’abbiamo digerita ma all’inizio faceva uno strano effetto.

Qual è la cosa che ti diverte di più in questo momento?

Amo leggere poemetti con delle basi musicali sotto.

Ultimamente hai letto anche L’Anticlade di Aldo Braibanti; che cosa ti ha affascinato di questi scritti?

Mi piace perché secondo me tutti noi che ci occupiamo di artigianato, arte, cinema, musica, teatro ci siamo dentro, siamo rappresentati dentro questa storia… tutti quanti quelli che hanno la debolezza di sognare, quelli che fanno lavorare l’immaginazione che la lasciano andare a esprimersi sono dentro questi scritti. Siamo tutti degli Anticladi.… Anticlade è una serie di cose, un uomo con le sue non crescite, le sue debolezze, la sua a-praticità, l’incapacità di tenere testa alle regole del sistema, è qualcuno che è inadeguato ai tempi che viviamo. Però bisognerebbe chiederlo ad Aldo Braibanti cosa sono veramente queste Anticladi.

E invece che cosa sono “Le mezze mele” il nome tratto da uno dei tuoi ultimi spettacoli ?

A me, molte volte, capita di sentirmi mezza, a metà.. e dove è finita l’altra metà? Tanti dicono che l’altra metà si trova in un partner, io penso che non sia vero. Io la mia metà la cerco in qualcos’altro che però ancora non ho trovato.

di Armand Luciano


Wednesday, July 19, 2006

basquiat









Basquiat: ritratto di celluloide di un mito dell’arte”


Pittura e cinema: due modi di raccontare per immagini, legati a doppio filo. Già nell’Ottocento, i pittori s’ingegnavano ad animare la tela con i “panorami”: vedute di paesaggi a 360°, montate su un supporto circolare e itineranti; meraviglie pre-tecnologiche a pagamento, con cui gli artisti, oltre a stupire, riuscivano a sbarcare il lunario. Persino Monet, nel ciclo “Le Ninfee” dell’Orangerie, dispone i quadri in una sala ellittica, per ricreare la sensazione di trovarsi nel suo giardino a Giverny, immersi tra i suoni e i colori della natura. Dall’invenzione del cinematografo, com’era accaduto per la fotografia, i due linguaggi si sono sempre più contaminati, fino all’avvento del video e del digitale. Vari i tentativi d’ibridazione tra cinema e pittura, accomunati dal fattore tempo: tagli, scarti, pause. In un certo senso, il montaggio rimanda alla funzione di filtro che, in pittura, è assolta dal meccanismo occhio-mano. Talvolta, il nesso è tale da causare una vera e propria sovrapposizione. Come nella pellicola “Basquiat” (1996) di Julian Schnabel, prestato alla regia dalla pittura. Il personaggio principale è, a sua volta, un artista, specchio di una New York anni ’80, mix perfetto di miseria e nobiltà. Nome altisonante, Jean-Michel è figlio di un’America multirazziale allora vanto di progresso e democrazia, oggi rinnegata dall’orgoglio yankee, nazionalista e guerrafondaio. Il film, che ha un ritmo circolare, interrotto da brevi dejavu, si apre con l’enfant prodige iniziato all’arte da sua madre. Eloquente la sequenza in cui il piccolo Basquiat rimane in contemplazione davanti a “Guernica” di Picasso. La disgregazione del nucleo familiare ha effetti catastrofici sul suo animo sensibile e irrequieto; in poco tempo, il giovane si ritrova a vivere come un senzatetto e la sua casa è una scatola di cartone a Central Park. Ragazzo di strada, Jean-Michel vaga per la città e si arrangia con mille lavoretti, continuando a coltivare il suo talento innato per la pittura. I muri dei palazzi, le serrande, i vagoni della metropolitana diventano la sua galleria a cielo aperto. Con l’amico Al Diaz, inizia a tracciare scritte – spesso messaggi poetici o di denuncia – firmate “Samo”, acronimo di “Same old shit”. Spirito eclettico, suona in una band underground e frequenta i locali più cool di Manhattan, come il Mudd Club e il Club 57. La scalata al successo avviene grazie ad una serie d’incontri fortunati: con il critico di “Artforum” Rene Ricard, conosciuto a casa di uno spacciatore, e Andy Warhol, che Basquiat insegue in un ristorante di Soho e a cui vende alcuni dei suoi disegni. La sua prima mostra ufficiale è nel 1981 al Ps1, nell’ambito della rassegna “New York/New Wave”, in cui è notato da importanti collezionisti, tra cui Annina Nosei e Bruno Bischofberger. Dal ghetto, si ritrova ad avere uno studio tutto suo, in cui dipinge a ritmi frenetici, con i rotoli di tela stesi sul pavimento e aggrediti come in un incontro di boxe. Paradossalmente, all’ascesa pubblica si accompagna il declino personale: sangue misto, haitiano e portoricano, Jean-Michel è straniero in un mondo di sanguisughe – rappresentate spesso nei suoi lavori – e vittima dello star system. Emblematiche le domande di un intervistatore che gli chiede come si senta ad essere definito “l’Eddie Murphy dell’arte”. L’apice della sua carriera è offuscato dalla consapevolezza di non essere riuscito a difendere la sua identità e a costruirsi un’esistenza autentica, dietro il clichè di artista glam e maledetto. La tossicodipendenza e l’alienazione devastano il suo animo fragile, aggravate dallo shock per la morte del suo mentore Andy Warhol, nel film David Bowie. Le ultime scene ritraggono un Basquiat solo e malmenato da una coppia di balordi a cui, mentre rubano una porta con le sue scritte, si offre di firmarla per aumentarne il valore. Ma i due non lo riconoscono e gliele danno di santa ragione. Stordito e privo di coscienza, è trovato dall’amico Benny, che lo carica sulla sua decappottabile sgangherata; in pigiama e vestaglia, Basquiat dà l’ultimo saluto alla sua, amata e odiata New York, prima di morire il 12 agosto dell’88, all’età di ventisette anni.


di Maria Egizia Fiaschetti

ODISSEA NELLO SPAZIO



(...) Il genio visionario di Stanley Kubrick, nel suo capolavoro 2001 Odissea nello spazio (1968) nel capitolo intitolato "L'alba dell'uomo" mostra la vita quotidiana di un gruppo di scimmie antropomorfe che scoprono esperienza dopo esperienza le diverse potenzialità che scaturiscono dall'incontro del loro corpo con l'ambiente che le circonda. Una di queste giocherellando con la carcassa esposta di un animale morto scopre casualmente, come un osso possa diventare, se impugnato e scagliato in un certo modo, un potente strumento di offesa. Da questa scoperta ne deriva come immediato beneficio una maggiore efficacia nell'uccisione degli animali per procacciarsi il cibo, ma molto presto questa inedita combinazione tra braccio e strumento sfocierà in quello che nel pensiero cristiano potrebbe definirsi il gesto di Caino, cioè l'uccisione di un'altra scimmia che apparteneva alla fazione contraria.
Attraverso un movimento cinematografico vertiginoso Kubrick fà discendere l'intera civiltà tecnologica da quel gesto di sopraffazione, ponendo di fatto la violenza all'origine di tutti i sistemi sociali.
Quella violenza originaria però non scompare mai del tutto ma si trasforma, trasmettendosi alle macchine, in particolare al gelido e onnipotente HAL 9000, elaboratore quasi perfetto che scopre la violenza come sistema di difesa quando si accorge che i due componenti umani della missione lo vogliono disattivare dopo aver scoperto la sua fallibilità. Nelle splendide geometrie della seconda parte del film Kubrick enfatizza in questo modo un altro aspetto della violenza che molti di noi hanno sperimentato e cioè la violenza come mezzo per la conservazione del proprio status quo, sia sociale che interiore; soprattutto quando si inizia ad avvertire una incrinatura nell' illusorio senso di onnipotenza che tutti gli uomini costruiscono come risposta ad un intollerabile e lacerante sentimento di inadeguatezza.
Il termine odissea ci rimanda spontaneamente alle gesta dell’eroe omerico che dopo aver attraversato mondi oscuri e pericolosi ne riemerge trasformato e rigenerato. In questo senso allora il film di Kubrick descrive diverse odissee e altrettante metamorfosi, indicando quindi come il cambiamento sia una qualità squisitamente umana al contrario delle macchine, sospese senza possibilità di scampo in un limbo di perfezione immutabile e priva di bellezza (... )
Tratto dalla rubrica Cinema e Psiche di Damiano Biondi
Taxidrivers numero zero

Monday, July 17, 2006

VISIONI EROTICHE


racconti liberamente tratti da film.


Bussano alla porta, non bussa mai nessuno alla mia porta. Schivo e solitario mi limito a guardare gli altri e lei, alla finestra, come ogni giorno dopo il lavoro. Osservo la sua vita e la sua grazia, i suoi sensuali movimenti per la casa, i vestiti che si alternano, i colori che la illuminano, il corpo privo di stoffa. Immagino il suo odore, lo immagino a tal punto da sentirne il profumo, compro quel profumo e lo faccio gocciolare su un fazzoletto di odorante stoffa bianca, poggiandolo sul mio naso, ogni volta che la desidero vicino a me.

Ora è lei a bussare, lo so, sono giorni che cerca un mio incontro, ma io non apro, non ancora. Bussa di nuovo, il suo tocco e dolce, bussa sul mio petto, sul mio cuore che batte impaurito da una fantasia che si avvicina e che chiede di essere realizzata, ma io resisto, inebriato e intimorito da tanta considerazione, di me, di un uomo che non esiste per nessuno, che esiste solo come sospettato di un delitto. All’ennesimo tocco, mi avvicino alla porta, sono di schiena, avverto il ruvido legno che si disintegra ad ogni tocco della sua mano, ora la sua mano bussa sulla mia schiena, dolce come una carezza, ma io resisto, fermo, immobile trattengo il respiro.

Ecco, ha smesso, sento i suoi passi che si allontanano, la porta ridiventa porta, la casa ridiventa casa, la finestra non ha mai smesso di esserlo. Torno lì, dove la fantasia mi rende libero, dove la vita non può deludermi, il suo profumo mi avvolge di nuovo mentre la vedo rientrare, ha una fascia sui capelli e un vestito rosso. La guardo e so che il vetro mi protegge, ma all’improvviso sento crescere dentro di me l’impulso di romperlo, so che sarei pronto a morire per lei, so che potrei ricominciare a vivere per lei...

di Cristiana Rumori


liberamente tratto da L’insolito caso di Mr.Hire di Patrice Le conte, Francia 1989.

Sunday, July 16, 2006

Intervista a Massimo Canevacci


Abbiamo incontrato Massimo Canevacci – docente di Antropologia Culturale alla Sapienza di Roma – e abbiamo parlato con lui della sua rivista Avatar e, naturalmente, di cinema.

Come e quando nasce il progetto Avatar e a che tipo di identità fa riferimento?

Avatar è un progetto che nasce grosso modo verso la seconda metà degli anni novanta; è un periodo molto interessante perché tutta la serie di impostazioni sia metodologiche sia di lettura di internet e di tutti questi scenari tecnologici a carattere digitale che in passato erano state in parte rifiutate o diffidate o viste come una sorta di resistenza, cominciano a essere prese in considerazione in maniera seria. Io con alcuni amici e amiche nel campo delle arti, della comunicazione e dell’antropologia avevamo visto una enorme potenzialità di sviluppo di questi nuovi linguaggi soprattutto nel portare – se vogliamo - dei conflitti di appartenenza “politica” ( come si diceva una volta ) in questi nuovi scenari della comunicazione. Era un po’ come vedere la comunicazione digitale come qualcosa che attraversa generi, discipline, identità diverse e che favorisce la sperimentazione di questi nuovi linguaggi ma anche vedere la comunicazione digitale come uno scenario di sperimentazione, innovazione e trans disciplinarietà. L’idea fu di chiamarlo Avatar perché Avatar rappresenta nella filosofia indu la molteplicità con cui la divinità si può manifestare e questa molteplicità della divinità nella cultura digitale diventa la molteplicità dell’identità; il nome ci è sembrato quello più corretto perché riusciva a dare il senso di una operazione che avesse non solamente il linguaggio come dicevo prima ma anche l’identità come uno scenario mobile, complesso, ibrido, fluttuante. L’editore Meltemi accettò questo progetto immediatamente con piacere e alla fine degli anni novanta ci fu l’uscita del primo numero.

Che cosa intendi per Tecno comunicazione contemporanea?

Normalmente per comunicazione ( dal punto di vista antropologico, sociologico, storico,) si può intendere qualche cosa che ha a che fare con il linguaggio del corpo, il linguaggio orale, il linguaggio scritto, il linguaggio dei segni, insomma tutta una serie di scenari in cui la comunicazione si può applicare. Quando la tecnologia, in particolar modo quella digitale, (io intendo tecno comunicazione come l’ingresso della tecnologia digitale negli scenari della comunicazione) quando appunto la tecnologia digitale irrompe dentro questa comunicazione ( che una volta era solamente analogica ) si produce qualcosa di estremamente interessante che cambia sia il metodo attraverso cui fare ricerca nel web e sia il linguaggio attraverso cui io rappresento questa ricerca sul web. In altre parole la tecno comunicazione mi fa una doppia sfida: dal punto di vista dell’antropologia, la mia etnografia applicata al web sfida le norme logiche della tradizione e sfida anche i linguaggi attraverso cui io rappresento questa mutazione; da qui un salto disgiuntivo, ( una frattura ) rispetto alla comunicazione analogica digitale e l’affermazione di uno scenario molto più complesso e fluttuante che a me particolarmente ha dato - forse in modo irresponsabile –l’euforia di entrare dentro questo nuovo scenario.

Quale sarà la nuova sfida dei mezzi di comunicazione di massa nell’immediato futuro?

La nuova sfida secondo me sarà nel fatto di essere coscienti che mentre i mass media in passato avevano ciascuno la sua identità linguistica e referenziale per cui la televisione aveva un senso, la cinepresa un altro, la radio e internet altri ancora cioè ciascun medium aveva il proprio ambito chiaramente definito di applicazione, ora non è più così. Il media diventa singolare perchè tutta la serie di differenze dei nuovi media attualmente si concentrano in unico media. Ora, mentre il medium è singolare quando io dico il media intendo qualche cosa che allo stesso tempo è singolare e plurale ed è singolare perché un apparecchio (che molto probabilmente sarà un cellulare mutante) incorporerà tutta una serie di funzioni che in passato erano espletate da apparecchi diversi. Questo media che potrà essere collegamento a internet, telefono cellulare, estensione della televisione, radio, chat, macchina fotografica, telecamera…e tutte queste operazioni che una volta erano separate ora si incrociano e naturalmente il soggetto che le usa sarà sempre più disposto a favorirsi una fluttuante identità.

( continua )

di Vincenzo Patanè Garsia


Thursday, July 13, 2006

OMAGGIO A CHRIS PENN


Mi piace ricordarlo come Bubba il protagonista di un film delizioso per la sua semplicità Kiss Kiss (Bang Bang), 2000. Bubba, un bimbo dal corpo di uomo, un innocente bambinone senza esperienze di vita, chiuso in una stanza da un padre iper-protettivo scopre la vita quando ormai ha oltrepassato i trent’anni, cominciando a viverla con grande curiosità. Non che Chris Penn sia stato così, ma la sua interpretazione in quel film è talmente naturale e leggera che ho cominciato a pensare che la dolcezza del suo sguardo rappresentasse la sua parte Bubba.

Chris se ne è andato una mattina del 24 Gennaio 2006, a soli 43 anni, e molti hanno parlato di lui come del fratello minore e meno famoso di Sean Penn. Noi, pur essendo grandi ammiratori di Sean, vogliamo ricordarlo come Chris, Chris Penn, un attore di talento, il cui ultimo film, “The Darwin Awards”, è stato premiato al Sundance Film Festival, per uno scherzo del destino, proprio il giorno della sua morte. Ma, fortunatamente, i bravi attori non muoiono mai, il cinema può farli vivere di nuovo e allora credo che il miglior modo di ricordare Chris sia quello di guardare le sue splendide interpretazioni, più di 60, tra film e telefilm.
E allora ecco pronto un elenco completo della sua produzione cinematografica, scaricata fresca fresca dall’impeccabile sito imdb.com, International Movie Data Base.

Buona Visione... Chris.


di Cristiana Rumori


ANDY GARCIA è MODIGLIANI


IL RITRATTO DI MODI’

A volte cinema e pittura possono essere un connubio vincente. La difficoltà sta nella creazione di immagini, che siano in grado di esplorare in profondità la relazione affettiva tra il pittore e la tela, una passione questa, che deve saper donare sfondo e colore alla pellicola, in una fusione mistica tra arte e sensibilità registica. E’ di questa sensibilità che si parla nel film di Mick Davis “I Colori dell’anima” ispirato alla vita di Amedeo Modigliani, pittore italiano dei primi anni del novecento, uscito nelle sale italiane nel Maggio dello scorso anno.

La pellicola, poco apprezzata dalla critica, è in realtà la visione più concreta e forse più sfrontata, di un modo non convenzionale di percepire l’arte, lontana dalla messa in scena magica del processo creativo, e priva di quella molteplicità che rende l’uomo protagonista del proprio talento.

Modigliani viene dipinto dalla mano del regista, non come l’artista del vizio e del disordine nello stereotipo “genio e sregolatezza”, ma come un uomo che ama l’arte e sente di non essere da lei ricambiato, come vittima di un amore senza scambio, che infligge solitudine perché esclusivo.

La particolarità del film sta nel fatto di aver compreso uno spostamento fondamentale di direzione; non è la società quella incapace di riconoscere il genio, ma è l’artista stesso incapace di riconoscere se stesso, incapace di provare nei rapporti umani quella stessa passione che sente di non avere, e la consapevolezza che ne deriva è il fardello da sopportare.

La tragedia amorosa più grande della storia dell’arte non è allora l’amore contrastato tra Modigliani e Jeanne, compagna del pittore morta suicida, ma l’amore tra Modigliani e le sue opere, un amore che egli stesso non è in grado di rifiutare e al quale decide di sacrificare l’esistenza.

Mick Davis rende omaggio a tale sentimento, quello che lega l’uomo alle sue passioni, ne esplora la natura contorta, complessa, e suggerisce una maggiore comprensione dell’uomo, come essere che può creare bellezza anche dalla sua stessa distruzione. I colori fortemente contrastanti della fotografia, contribuiscono alla trasformazione dello schermo in quadro, e il tratto del pennello si scorge nella linee sinuose e allungate dei volti e dei nudi ritratti.

Il film non ci fa innamorare di Modigliani ma della sua arte, del suo modo di esprimere sulla tela un’anima astratta e immortale, capace di incarnare le paure e le passioni di noi contemporanei. In definitiva, le opere non sono mai svincolate dal suscitare emozioni e, come lo stesso Modì affermava, l’arte è riproduzione di un sentimento e mai di un “oggetto”.


di Emanuela Graziani

Tuesday, July 11, 2006

CARTONI ANIMATI E CINEMA DI ANIMAZIONE IN ITALIA




Che bello fai cartoni animati... Beato te!…

In genere è questa la frase che più di ogni altra mi sento dire ogni qualvolta rispondo a chi mi chiede che faccio nella vita… Già, faccio i cartoni animati…

Gli occhi dei miei interlocutori cominciano a brillare immaginando matite e colori, ragazzi attorno ai tavoli felici di scarabocchiare, addirittura pagati per farlo!

E devo dire che è un momento piacevole, ci si sente un po’ speciali, diversi dalla massa immaginaria di milioni di “semplici” lavoratori che devono “semplicemente” lavorare e non “pasticciare” per vivere… Il petto si gonfia, il sorriso esplode in mille denti giulivi fino a che… già, fino a quando arriva l’inevitabile altra domanda: < … dai, dimmi che cosa hai fatto… io adoro i cartoni animati… li guardo tutti… quali hai fatto di quelli che sono in televisione?...>

…bè, insomma, nessuno... Però ho un progetto di un pilota... che, forse... vedi la Rai...

E’ inutile continuare, lo sguardo brillante del mio interlocutore comincia a lampeggiare di rosso, come un allarme, probabilmente ha di fronte un cialtrone, un millantatore…

Com’è possibile, si chiede, che con tutti i cartoni che ci sono in tv, lui non ne abbia fatto neanche uno? Mi guarda ancora un po’ per decidere se vale o no la pena di continuare a parlarmi oppure far finta di credermi.

Allora mi lancio in una corsa di veloci spiegazioni: < …vedi, in Italia le televisioni trasmettono tantissimi “cartoni” ma non ne producono molti… no, scusa, li producono ma non li realizzano qui… cioè li fanno in parte, non del tutto, solo l’inizio, l’idea, il resto lo fanno… in Cina per esempio…>

Ecco, ora il danno è completo, ho toccato il tasto dolente, la Cina, e il mio ascoltatore ormai part-time, ha deciso che sono un ciarlatano… lo vedo che pensa: E il suo sorriso diventa sarcastico, la sua immaginazione mi trasloca di forza in una stanzetta piena di cianfrusaglie, la stanza di casa dei genitori dove ancora vivo secondo lui…

Che disastro…


A parte gli scherzi, è veramente difficile spiegare la situazione nella quale siamo costretti a lavorare noi animatori Italiani. Più di una volta mi è capitato di dover giustificare la precarietà del mio lavoro e tutte le volte ho trovato difficile spiegarmi… In realtà la nostra condizione non è molto complicata, è solo un po’ difficile da credere… Ci si stupisce quando si scopre che noi italiani, che siamo tra i più massicci consumatori di “cartoni animati” e tra i più grossi importatori, siamo i minori produttori in Europa…

Ci si stupisce perché sarebbe ovvio che in un paese come il nostro, vista la domanda, esistesse un’industria capace di soddisfarla. Sarebbe ovvio e conveniente vista la richiesta di prodotti che esiste nel mondo e vista la manodopera necessaria per produrli… Ovvio, ma a quanto pare difficile da realizzare, visto che da noi l’industria dell’animazione è praticamente inesistente.

Ma in cosa consisterebbe quest’industria?

In realtà per fare i film animati bisogna avere delle buone idee, essere capaci di raccontarle e di costruirle ma soprattutto di venderle agli altri… Quindi un’industria di animazione è un insieme di narratori, di costruttori, e di venditori… E allora dove manchiamo noi?

Mancano narratori? No, non penso, siamo anche troppo chiacchieroni, lo dimostrano le quantità di libri messi in stampa; quindi non ci manca la voglia di raccontare. E allora?

Costruire un film di animazione non è semplice, c’è bisogno di abilità e di anni di perfezionamento e forse non siamo capaci di costruirlo… no, in realtà neppure questo è vero. Forse qualche tempo fa, diciamo un po’ di anni fa, lo eravamo, ma ora abbiamo imparato…

Nella costruzione di un film partecipano tante figure professionali quante in un film “dal vero”: scenografi, sceneggiatori, fotografi, animatori (che corrispondono agli attori nel cinema), e poi musicisti, montatori, direttori di produzione e infine (ma certamente non ultimi) i registi… Fino a qualche anno fa la nostra preparazione professionale non era all’altezza degli altri paesi, semplicemente perché non parlavamo la stessa lingua professionale, eravamo ignoranti e isolati… I film di animazione si facevano solo all’estero e in Italia ci si limitava alla pubblicità, quindi la nostra esperienza si limitava a piccolissime produzioni artigianali. Anche i lungometraggi realizzati da Bozzetto negli anni settanta furono fatti con questi criteri: poche persone che ricoprivano molti ruoli, il tutto molto “casereccio” e poco industriale. Poi, negli anni novanta, si è cominciato timidamente a produrre qualche film, Lupo Alberto dell’Animation Band è stato forse il primo e subito dopo si è continuato con altri: La famiglia Spaghetti, Coccobill di DeMas, ecc…

Produzioni che hanno contribuito a formare sul campo tutte quelle figure professionali che mancavano. Contemporaneamente si provava a fare anche del cinema e con “La gabbianella e il gatto” della Lanterna magica e diretto da D’Alò si è raggiunto un successo di pubblico notevole… Tutto bene quindi, invece… invece no. Se facciamo il conto delle persone che fanno questo mestiere in Italia, sono poche, e non bastano per sostenere una produzione di un certo rilievo…

Poche persone, perché il lavoro che abbiamo fatto fin’ora non è bastato a creare un numero sufficiente di professionisti e a far in modo che rimanessero a lavorare nel loro paese. Infatti, vista la precarietà del lavoro e la saltuarietà delle produzioni, in moltissimi sono emigrati negli altri paesi: Francia, Regno Unito, Stati Uniti, e quelli rimasti sono insufficienti per poter realizzare grosse quantità di lavoro.

Inoltre non esiste un efficace ricambio generazionale, perché le scuole capaci di formarli sono poche e senza molti finanziamenti: come la Scuola Nazionale di cinema che prepara molto bene ma che diploma solo tredici allievi all’anno o la Civica di Milano che anch’essa prepara solo una decina di allievi e che dispone di poche attrezzature, anche se di molta buona volontà… Troppo poco davvero…

Per riassumere: sappiamo raccontare ma siamo in pochi a costruire, ma siamo capaci di vendere?

E questo, a mio parere, è il più grosso problema. Ci mancano i venditori, i produttori, insomma gli imprenditori. Perché un film lo si vende prima di realizzarlo e per farlo non bisogna essere solo capaci di capire quanto sarà il suo costo, ma anche a chi farlo fare e cosa far raccontare…

Ma sopratutto bisogna saper rischiare, i propri soldi e il proprio tempo. Insomma bisogna fare gli imprenditori … E a me sembra che i produttori italiani non abbiano voglia di investire i loro soldi, quando li hanno, e siano capaci solo di disporre del tempo degli altri…

In poche parole mi sembra che manchi del tutto questa figura. Non vedo persone preparate per esserlo e soprattutto che abbiano i soldi per farlo… Infatti i pochi film che vengono realizzati sono finanziati quasi interamente dall’unica televisione che produce e i “produttori” si fanno bastare la percentuale affidatagli facendo fare i film in posti dove, con quel poco, possano confezionare un prodotto appena decente, ma non sempre…

che bello fai i cartoni animati? Dai, chissà come ti diverti! Dimmi, quali hai fatto?

Sfigato… che brutto essere definiti così… Ma è vero? Lo sono?

No, io penso di no… O almeno non più… Già da qualche tempo in Italia le cose stanno cambiando, non che si produca meglio, anzi, ormai si esporta anche gran parte della pre-produzione. La si fa fare in Corea del nord, con gran pace dei diritti umani (ma dai sfruttiamo quei piccoli schiavetti che per due euro e un po’ di riscaldamento in più ci fanno quello che in casa ci chiederebbero di pagare almeno quanto abbiamo previsto di spendere e che invece possiamo comodamente intascarci…), addirittura sentendoci degli eroi, perché così possiamo dar da mangiare a quei poveretti, che però non vedono un euro di quello che paghiamo e che invece finisce nelle tasche dei vari dittatori…

Penso che le cose stiano cambiando perché stanno migliorando gli animatori, sono più preparati di prima. Ora studiano pensando principalmente ad emigrare in altri paesi dove il mestiere è riconosciuto e valorizzato… Le cose cambiano perché le generazioni nuove cominciano ad affinare il gusto e si accorgono di un lavoro fatto male da uno fatto bene e cominciano a premiare i film prodotti e realizzati con gusto e non con furbizia…


di MARIO ADDIS



FILMOGRAFIA Di Mario Addis



  1. MTV Heartbeat (40") - Film in animazione tradizionale interamente disegnato e colorato su carta. Commissionato dalla rete televisiva Mtv sul tema: "Un capitalismo dal volto umano" (lo sfruttamento del lavoro minorile.)

  2. Giano (1'37") - Animazione tradizionale, disegno su carta.

  3. Ferrovie dello Stato: "Lei, lui e l'altro" (8') - Animazione tradizionale, disegno e colore su rodovetro.

  4. Daniele Silvestri: "Voglia di gridare" (4'20") - Video musicale del cantautore romano. Tecnica mista.

  5. Il Mostro (2'20") - Titoli di testa del film di Roberto Benigni.

  6. Minus (57") - Animazione tradizionale.

  7. Fai la cosa giusta (1'4") - Animazione tradizionale, disegno e colore su rodovetro.

  8. Lavori in corso (1'58") - (tre film) - Animazione tradizionale su carta.

  9. Junkers (30") - (film pubblicitario) - Animazione tradizionale,: carta strappata su rodo.

  10. "Come nascono i bambini" (41") - Animazione tradizionale su carta.

  11. Rai "Indiano" (20") - Animazione tradizionale su rodo.

  12. Rai "Topo" (20") - Animazione tradizionale su carta.



Per la filmografia completa e qualsiasi altra notizia vi rimandiamo al sito di Mario Addis www.marioaddis.com


10 100 1000 ROSSELLINI



Nato “cinematografaro incallito”, come egli stesso ebbe a dire poiché il padre costruttore edificò il cinema Corso a Roma e dunque aveva la tessera, nel 1906. Ebbe un’educazione molto diversificata e particolare in tempi assai poco aperti a novità culturali per di più sensibilmente attenta ai problemi sociali o come si soleva dire in altri tempi “di classe”. Iniziò dunque molto presto a girare documentari e scrivere sceneggiature come “negro” (termine coniato al tempo del fascismo col quale si scriveva per qualcun altro dietro compenso) e continuò sempre a farlo, alternativamente a progetti televisivi fino all’anno della sua morte avvenuta nel 1977.

Il dibattito critico sulla sua opera è sicuramente da rivedere. Per molti critici è rimasto il regista di Roma città aperta (1945) e Paisà (1946) per il grande pubblico il marito di Ingrid Bergman. Occorre dunque infrangere questo tipo di schematismo per mostrare una realtà di opere più varia e molteplice attenta a formule e sperimentalismi certamente non sempre riusciti ma sempre coerente a se stessa. D’altra parte è necessario non cadere nell’esaltazione del lavoro di Rossellini, propria degli autori Nouvelle Vague negli anni ’60 ed in particolare di Godard. Pur tuttavia è proprio quest’ultimo che in un’efficace ed icastica frase ha definito l’opera del nostro: la splendeur du vrai… Lo splendore del vero. Inutile dunque parlare di “periodi” nel cinema rosselliniano: non c’è un momento “resistenziale” o “sociale”. Né tanto meno un periodo “mistico” oppure un momento “maudit”. Esemplificando e magari banalizzando possiamo vedere come il filo conduttore della sua opera sia la difesa del proprio credo estetico, o se si vuole, della propria metodologia di approccio alla realtà piuttosto che l’analisi della cosiddetta poetica d’autore che si cercava di vedere nei vari film.

Un percorso scevro dunque da proclami di mito perenne del cinema oppure regista passato alla storia per due o tre film dalla miracolosa ispirazione.

Un uomo dalle idee attente alla realtà in momenti di terrificanti sconvolgimenti ideologici e trasformazioni societari senza pari.

Un regista da recuperare pensando alla sua continua attenzione alle novità, agli stravolgimenti, alle incertezze del suo tempo e alle trasformazioni storiche.

Un esempio su tutti può essere la sua ultima fatica Il Messia del 1975. Opera didascalica (per certi versi) che svuotandosi dei suoi aspetti accattivanti e accentuando invece la normalità della vita di Gesù, gli toglie quell’alone di sacralità, fa nascere in chi guarda l’eccezionalità dell’evento e fa riflettere lo spettatore su chi era veramente il Messia ma soprattutto sulla forza rivoluzionaria del suo pensiero. Fredda analisi dei fatti, quasi una cronaca “a caldo” degli eventi che stride ancor di più paragonando questo film al coevo, magniloquente e strabordante Gesù di Zeffirelli.

di Massimo Gnoli

Friday, July 07, 2006

IL CORPOREO DI FLAVIA MASTRELLA





Il corporeo - l’incorporeo – l’inanimato …tutto è materia, ogni elemento montato o assemblato può raccontare una storia, comunicare. L’atmosfera del momento, la finzione, l’atto nello spazio, diventano immagine, frammento da trasformare per costruire un ritmo - il film - il corto .

Video, digitale, cinema, TV, teatro, hanno regole con sotto-regole, modalità spaziali e poetiche antitetiche, si avvalgono di strumentazioni e linguaggi che dettano legge…..regole e leggi sono il materiale che preferisco… dove c’è la regola posso sempre infrangermi in ragionamenti sconnessi scoprire nuove prospettive da aberrare.


Cinema e tv


Con intenti precisi sono stati realizzati da me e Antonio Critico e critici per Telepiù su richiesta di Fausto Galosi e Fabrizio Grosoli e Troppolitani per Rai 3 ideato con Annamaria Catricalà che c’istruiva spiegandoci la logica della comunicazione in TV con una pazienza aggressiva e irresistibile. La complicità raggiunta con loro ha arricchito la percezione che ognuno di noi due aveva - della critica cinematografica con Fausto – e dell’intervista con Annamaria. In questi due lavori lo studio sul personaggio é il punto di partenza: c’è Antonio nei panni del critico disfattista seduto in poltrona, e Antonio conduttore che vaga nella realtà urbana romana con il microfono incastonato tra le dita. Confusus è stato concepito sfruttando le pulsioni del festival del cinema indipendente “Anteprima” di Bellaria. Il Piantone invece porta con sé l’atmosfera che si respirava in quel periodo al “Torino Film Festival” mentre l’uomo sorridente vinceva e cominciava a lottizzare nuovi spazi.. Con Antonio ho scritto la sceneggiatura e i dialoghi di EScoriandoli… la nostra prima sceneggiatura che è stata trasformata in film senza troppe rivisitazioni…non siamo stati mai più così precisi, il primo contatto con le attrici professioniste, la gioia di avere una troupe era a tratti offuscata da Galliano Juso, produttore spietato ma di buon cuore.

I cortissimi sono figli della trance - li realizzavamo soli partendo da dialoghi scritti da Antonio e poi era tutto un lavoro sul corpo, lo spazio, sulle espressioni, e la mitizzazione…la voce aspra scandiva il ritmo delle immagini; parlavano di concetti basilari dell’uomo, solo, misero ma straordinariamente umano.

Delitto sul Po è nato in preda al delirio… sullo scheletro del poliziesco, la storia non c’era e i dialoghi sono tutti improvvisati. Per la prima volta, una certa professionalità si era impossessata di noi - ma i nostri anticorpi hanno reagito….e non abbiamo cercato di fare un film. Durante le riprese sul Po si è instaurato un nuovo rapporto con la videocamera, le inquadrature respirano e vibrano, c’è molto movimento, sia io che Antonio ci siamo fusi con il mezzo. Nello spazio acquoso la storia è rigida i personaggi eterei muti, le inquadrature seducenti sono rese mistiche dalla musica, negli uffici i corpi degli attori mischiati agli oggetti trasudano carnalità, urlano, la confusione è totale, il Film è stato scritto in fase di montaggio con le immagini già girate e altre girate a volo per comodità della storia. In Delitto sul Po, i doppiaggi, qualche volta fuori sinc sono l’unica forma stilistica che abbiamo mantenuto, innovativi sono i cinque secondi di nero tra un frammento di storia e l’altro, il tempo giusto per sprofondare nel vuoto. Delitto Sul Po è un’opera che io ritengo Testamentaria.

I nostri nuovi progetti cinematografici sono Samp iniziato a girare in digitale come cinema da strada negli spazi della Puglia, al momento ibernato, e Pedardo a Luci Rosse scritto tra il 1999 e il 2001 concepito come film in pellicola con effetti digitali.


Il teatro


Il teatro è un’altra cosa… I miei allestimenti scenici interagiscono con l’azione, si amalgamano alla rappresentazione, sconvolgono i contenuti dei testi di Antonio in senso visivo, determinano personaggi e movimenti, parlano il linguaggio della forma e del colore. Ogni singolo elemento ideato per l’allestimento ha un senso indipendente, ma non estraneo alla storia che poi andrà ad accogliere, i quadri di scena sono il contrario della maschera e grazie all’intervento corporeo di Antonio si trasformano in sculture vive. Quando lavoriamo agli spettacoli le nostre idee nascono separatamente, e poi si uniscono…

Nel teatro la rappresentazione momentanea prende il sopravvento: si parla di spazio definitivo, mutabile nei limiti di una realtà oggettiva; cinema e video invece mi permettono la comunicazione attraverso un linguaggio più adeguato alla mia natura, tutto in un film od in un corto parla e significa…Il teatro come il cinema in questo momento soffrono, sono umiliati dalla cultura televisiva, produttori e distributori ottenebrati dal marketing, tendono ad emarginare e mettere in scatola ogni forma di comunicazione che non mastichi la gomma americana a bocca aperta.

FLAVIA MASTRELLA